Pensieri, idee, riflessioni, visioni e progetti sulla Livorno del 2060 di un gruppo di architetti e artisti livornesi (e non solo).

venerdì 24 settembre 2010

Anzichè "bombe" chiamiamoli "gavettoni"!

Stamani ho incontrato Luca (di fonzo) in strada e abbiamo scherzato sull'idea di lanciare semi ovunque. Mi sembra che l'idea di Andrea sia piaciuta un pò a tutti anche se a qualcuno la parola "bomba" sembrava un pò forte. Allora ho detto "chiamiamoli gavettoni verdi!". A Luca l'idea è piaciuta molto, il termine è più soft, più ironico e soprattutto più LIVORNESE!! Cosa ne dite?
Lucia

Cerchiamo il giovane Gino oggi

Livorno è la nostra città, qualcuno di noi (del gruppo “livorno 2060”) ci vive da generazioni, qualcuno si è fatto “adottare”. Siamo tutti consapevoli di pregi e difetti di questa città ma dalle proposte sin ora fatte emerge una voglia di evidenziare gli aspetti positivi pur partendo da carenze o situazioni di degrado, di trasformare luoghi “brutti” in luoghi “belli”, di esaltare le potenzialità che questa città ha. Livorno è il nostro punto di partenza, il luogo del nostro progetto, lo scenario per una proposta che andrà oltre, che parlerà della città e del futuro in generale. Abbiamo affrontato argomenti di vario genere (nell'ultimo incontro si è parlato anche di “bombe verdi”!) abbiamo coinvolto un notevole numero di persone, con tante cose interessanti da dire e anche se questo è uno degli aspetti più stimolanti di questa esperienza serve qualcuno (come alessandra) che ci riporti alla necessità di trasformare i pensieri in “progetti”. Una cosa che ho notato è che tutti noi auspichiamo un ritorno alla “lentezza”, una lentezza intesa in senso ampio, lontano dai ritmi sempre più frenetici, dove computers, telefonini, internet, automobili (e motorini), non sono visti troppo positivamente. Sappiamo che il progresso tecnologico non potrà arrestarsi e ne riconosciamo alcuni vantaggi, ma il desiderio è di tenerlo sotto controllo. Le zone atemporali , il muoversi a piedi o in bici, i “limiti verdi” , la città “ricompattata”, l'ascoltare suoni e rumori ed il ri-appropriarsi dei propri spazi (fisici e temporali) sono tutte proposte che nascono dalla stessa esigenza. Anche io sono d'accordo ma una cosa che vorrei fare è capire come la pensa chi ci sarà sicuramente anche nel 2060. Vorrei parlare con Gino oggi, quel gino che tra 50 anni si pentirà di non essere stato ad ascoltare i nostri discorsi. Vorrei sapere come immaginano il futuro (e livorno) i ragazzi di 15-20 anni e se anche loro sentono le nostre stesse esigenze. Non so bene come coinvolgere o semplicemente “interpellare” i giovani di quella fascia di età ... parliamone, come sempre da uno spunto ne verranno fuori altri. Ci vediamo venerdì 1 ottobre.
Lucia

giovedì 23 settembre 2010

PROSSIMO RITROVO VENERDI 1 OTTOBRE

Ieri ci siamo ritrovati, la prima volta dopo l'estate...sono intervenute nuove persone, sono uscite nuove idee accanto ad altre già discusse...Andrea con le "bombe verdi" da lanciare nelle zone demaniali, Enrico e la sua città senza macchine e Fabrizio con gli oneri "verdi" da pagare....Erika con il ridisegno di scorci di città degradati, Nicoletta e la sua città a misura di bambino...insomma tante cose da discutere ma anche delle azioni dimostrative da mettere in atto...il gruppo si muove e, dalla prossima volta, inizierà anche a materializzare qualcosa....in preparazione una cartina gigante della città attuale su cui scarabocchiare, disegnare, esprimersi....il sentore degli artisti che diventano architetti e viceversa, la necessità dei primi di concretizzare e degli altri di idealizzare...tante energie che si muovono e sprigionano idee, quindi "aria" necessaria per la trasformazione futura della città....tutti pronti per il prossimo incontro previsto per VENERDI 1 OTTOBRE...
p.s....ma Gino era ieri con noi o no??!!....chissà....

mercoledì 15 settembre 2010

ZONE A-TEMPORALI - CANALI e FLUSSI e sopratutto GINO

presto....riniziamo!!!
gli ultimi 2 post sono dei lampi sulla città, dove sociologia e urbanità si mescolano creando scenari , visioni che smuovono l'io di tutti

e allora LO SCENARIO (per noi architetti è lo strumento!!!)

pensavo che la città è fatta di

PUNTI = AGGREGATI = ZONE A-TEMPORALI (troppo interessante , complementi ad erica)
e
LINEE = FLUSSI = CANALI (la mobilità come nuovo stile di vita)

prendiamo Livorno e creiamo degli scenari dove GINO va ad ABITARE TEMPORANEAMENTE (zone a temporali) e dove gino si MUOVE E INTERAGISCE (canali e flussi)

nei punti e nelle linee , quindi in ogni scenario ogni ARTISTA, o persona può inserire le sue opere che GINO "usa" o meglio di cui GINO ne gode la bellezza e l'utilità

c'è una TRACCIA dove tutti ci si può emozionare e comunicare

complimenti anche a Gino

apresto!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

lunedì 13 settembre 2010

Per il gruppo(ne) di LIVORNO 2060...la pausa estiva è ormai giunta a conclusione, nostro malgrado! Diciamoci tra tutti come proseguire con il nostro progetto.....Stiamo allestendo lo studio per la mostra di ottobre sull'eco-design (vi faremo sapere, non preoccupatevi!), questo per dire che non abbiamo più spazio per i nostri incontri (almeno per ora).
Decidiamo dove, come e quando....però alla svelta, 50anni passano in fretta!!!
Marco

domenica 12 settembre 2010

La sveglia

La sveglia di Gino

Subito dopo la suoneria polifonica la voce artificiale cominciò a snocciolare il solito bollettino: temperatura, raggi UV, tasso di inquinamento, percentuale di umidità …. Questi dati venivano trasmessi dalle stazioni meteo di quartiere a tutte le centraline che, per legge, ogni casa ed ogni abitazione doveva avere. Le centraline regolavano tutti gli apparecchi e gli impianti, sia condominiali che delle singole case in base alle informazioni ricevute (ad esempio l’impianto di condizionamento - di solito serpentine a pavimento con fluidi refrigerati da pompe geotermiche condominiali - in ogni unità veniva continuamente regolato in base alle variazione dei gradi centigradi, della ventilazione, dell’inclinazione dei raggi solari e cosi via).

Anche se Gino non aveva una gran voglia di stare a sentire tutti questi numeri di prima mattinata, sapeva che queste notizie erano fondamentali; con la temperatura che ormai nelle giornate critiche arrivava a toccare picchi fino a 50 gradi e l’indice delle radiazioni UV che qualche volta segnava 5 o addirittura 6, poteva essere pericoloso uscire di casa senza un quadro esatto della situazione.

Purtroppo molti anziani, poco propensi a seguire con attenzione i bollettini, uscivano comunque, con effetti poi devastanti per la loro salute. I più cominciavano a delirare e dovevano essere ricoverati; agli infermieri raccontavano di avere avuto visioni o addirittura parlato con santi e madonne. Tantissime le apparizioni del beato Silvio da Arcore. Costui era un potente politico dei primi anni del secolo; alla sua morte si formò un vasto ed agguerrito movimento per santificarlo, ma nonostante l’influenza dei dirigenti del comitato, durante il procedimento di canonizzazione ci furono notevoli problemi con il Vaticano a causa degli aspetti della povertà e della castità del candidato, requisiti fondamentali per ottenere la qualifica di santo ma piuttosto manchevoli nell’arcorano, e così ci si fermò alla beatificazione.

Il beato Silvio da Arcore era comunque molto venerato dal popolo, che di solito si rivolgeva a lui per ottenere grazie od intercessioni quando c’erano guai economici, questioni sentimentali o, addirittura, disfunzioni sessuali, curiosamente proprio per gli argomenti che avevano impedito che diventasse un vero santo.

Dopo aver aperto con il telecomando i pannelli oscuranti, Gino dette un’occhiata fuori. Abitava ancora in un appartamento in Piazza Magenta, nella casa che era stata dei suoi e dove era cresciuto. Era un fabbricato molto vecchio, degli inizi del secolo precedente, ma era stato più volte ristrutturato nel corso dei decenni e, con le ultime sovvenzioni, anche questo edificio era stato in pratica trasformato in una piccola centrale di produzione di energia elettrica. L’innalzamento della temperatura e la carenza di energia erano ormai problemi devastanti ed i fondi per qualsiasi intervento che aiutasse a risolverli venivano elargiti con generosità da Enti ed Istituzioni.

Il tetto era una distesa continua di pannelli fotovoltaici, cosi come i pannelli oscuranti che avevano sostituito le persiane; questi erano dei pannelli scorrevoli che all’esterno, pur avendo tutti i requisiti tecnologici per assorbire l’energia solare erano serigrafati con il disegno delle vecchie persiane in legno; lo stessa cosa per quelli sul tetto: venivano impressi con disegni di tegole toscane, portoghesi, marsigliesi, anche invecchiate, se uno voleva.

Gli intonaci delle facciate erano impastati con micro celle fotovoltaiche in modo che anche i fronti contribuissero alla trasformazione dell’energia solare in elettricità. Le costruzioni riuscivano così ad essere energeticamente autonome, poiché quello che producevano era sufficiente per alimentare sia le pompe geotermiche per la refrigerazione, sia gli impianti di illuminazioni e le apparecchiature, tutte a bassissimo consumo, delle singole abitazioni.

In tutte le zone di pianura della Toscana dal 2040 ormai non era più necessario scaldare le abitazioni d’inverno: le temperature minime non scendevano mai sotto i 16\18 gradi ed all’interno delle case ben isolate non c’era mai meno di 20\22 gradi.

Gino osservò come la piazza fosse già affollata di badanti che portavano i loro assistiti a prendere una boccata di fresco: dovevano approfittare del mattino presto, poi l’aria sarebbe diventata soffocante. Ora le badanti erano quasi tutte italiane, smunte signore intorno ai 45\50 anni, di solito con due o tre lauree, che dopo innumerevoli master, tirocini, concorsi, praticantati, erano ancora senza un impiego ed occupavano il tempo, finalmente guadagnando qualcosa, dedicandosi all’assistenza degli anziani della classe agiata che si erano ritirati dal lavoro ed avevano deciso di restare qui in Italia: impresari edili albanesi, commercianti cinesi, idraulici romeni. I padri e le madri di questi anziani sicuramente avevano accudito i genitori delle loro badanti: ora il conto veniva pareggiato.

Fino agli anni 30\40 queste categorie di persone, dopo aver fatto i soldi, tornavano al loro paese. Poi era iniziata una tendenza opposta, quasi tutti ora restavano e, specialmente i cinesi, spesso convincevano anche i loro parenti ed amici a venire a trascorre la vecchiaia dalle nostre parti. Del resto anche se da noi la temperatura era salita molto, l’aria era comunque meno inquinata che altrove: il declino industriale di gran parte dell’Europa aveva avuto almeno qualche effetto positivo; il cielo era abbastanza terso, le acque dei fiumi e del mare un po’ più pulite. All’est, specialmente in estremo oriente, invece era un vero inferno: tutto grigio, afoso, fumoso, lattiginoso ... un disastro!

I ricchi orientali (ed erano tanti) avevano acquistato tutte le dimore più belle. Il Comune, appunto per sovvenzionare gli interventi di edilizia bioclimatica, aveva dovuto vendere alcune proprietà e la Villa Fabbricotti ora apparteneva ad un indiano, un costruttore di biciclette, che ne aveva prodotte circa 6 miliardi (la popolazione dell’India era alquanto aumentata e raddoppiava ogni 20 anni). Passato di qui come turista, Livorno gli era piaciuta subito, specialmente la spiaggia in località “ tre ponti”, che gli ricordava tanto i lavacri lungo il sacro fiume del suo paese.

Un cinese aveva comprato Castel Sonnino. Questo tizio, venuto a Livorno negli anni 10 per motivi di lavoro, aveva per caso assaggiato la torta di ceci di Cecco ed era rimasto estasiato dalla bontà di questa sottile farinata cotta in forno, servita su un foglio di carta gialla. Appena tornato in Cina impiantò in Manciuria, dove esistevano già estese coltivazioni di ceci, una grande fabbrica di torte di ceci surgelate, che divennero immediatamente uno dei cibi prediletti dai suoi connazionali. Era già tutto precotto e confezionato (c’era anche la carta gialla, in effetti una pellicola di polietilene dello stesso colore), bastavano trenta secondi di microonde e un po’ di pepe per avere una “cecina” - la chiamarono subito così perché sembrava proprio una parola cinese - pari a quella di Cecco. Con i primi guadagni il tizio si comprò Castel Sonnino per avere una degna dimora nella città che aveva ispirato la sua fortuna.

Gino aveva voglia di un caffè ed accese la macchina espresso; gli bastava guardarla per più di tre secondi in un determinato punto: una microcamera inquadrava la sua pupilla e la macchina si accendeva; se poi spostava lo sguardo poteva decidere cosa prendere; ad ogni piccolo spostamento orizzontale corrispondevano, di seguito, caffè, cappuccino, macchiato; se guardava verso il basso poteva decidere - sempre con i movimenti della pupilla ormai inesorabilmente inquadrata nel chip della Faema - se più o meno ristretto, verso l’alto invece più o meno dolce… non era facilissimo, specialmente la mattina nel sonno. Gino rimpiangeva spesso la vecchia moka. L’aveva conservata per tanto tempo, ormai un vero pezzo di antiquariato, poi un giorno, chissà perché, l’aveva venduta ad un’asta on line per pochi eurasi.

Erano i primi tempi dell’eurasio e non si era nemmeno reso conto di quanto poco avesse ricavato da quella vendita con il nuovo cambio. Era stato molto complesso nel ‘55 riuscire a determinare le parità della nuova valuta con tutte quelle strane monete orientali e le trattative erano state lunghe e complesse. Ma era un passaggio necessario: col tempo l’Unione Europea, a forza di annettere stati ad est era in effetti diventata una comunità Euroasiatica e la moneta da “Euro” fu denominata “Eurasio”. Volevano cambiare anche il nome all’Unione, ma grazie all’orgoglio ed all’assoluta inflessibilità dei francesi, fu mantenuto il nome di Unione Europea, anche se paradossalmente gli asiatici, tra immigrati ed abitanti dei nuovi stati, rappresentavano più del 60% della sua popolazione.

Mentre sorseggiava il caffè Gino, che continuava a guardare fuori, soffermò lo sguardo sulla saracinesca chiusa di un fondo in via Poggianti. Era stato uno studio di architettura, ma i tre soci facevano un po’ di tutto: progetti, mostre, convegni, aperitivi ed era rimasto attivo fino a qualche anno prima, quando i titolari avevano deciso di andare in pensione. I nuovi decreti avevano fissato l’età per il pensionamento in 79 anni, 11 mesi e 30 giorni; nessuno aveva avuto il coraggio di superare la barriera psicologica degli 80 anni e così avevano fatto come con le cose che invece di costare 100 costano 99,99 eurasi. I tre architetti avevano approfittato di questa nuova possibilità, temendo che prima o poi avrebbero portato il pensionamento ben oltre gli 80 anni ed avevano chiuso l’attività.

Gino si ricordò con tenerezza e nostalgia di quel pomeriggio quando, ancora adolescente - doveva essere il 2009 o il 2010 - si affacciò in quel locale; aveva visto da fuori una gran quantità di copertoni e pensò che stessero per aprire un’officina meccanica o un gommista: avrebbe fatto proprio comodo, così vicino a casa. Ma appena aperta la porta si rese conto che si era sbagliato di grosso; c’era un gruppo di tipi che parlava del futuro, addirittura del futuro di 50 anni dopo. Figuriamoci se lui aveva voglia di stare a sentire i problemi del futuro! Aveva già abbastanza grattacapi nel presente: il motorino sempre a secco e mai un euro in tasca…. la bimba che gli piaceva che non rispondeva mai ai suoi messaggini …. il dubbio se tatuarsi “Giessika for ever” o “BAL for ever” (passioni che difficilmente sarebbero state “for ever”) …. Ora, guardando il grafico della temperatura che si avvicinava pericolosamente ai 48°, pensava che forse quel lontano giorno avrebbe fatto meglio a rimanere un po’ ad ascoltare …....

venerdì 27 agosto 2010

ZONE A-TEMPORALI

Salve a tutti mi presento sono Erica, non sono mai venuta ai vostri incontri, ma voglio ripropormi di venire al prossimo che spero non sia i primi di settembre.
Appena letto il progetto LIVORNO 2060, mi è cominciata a ronzare in testa un'idea, sicuramente potrà essere integrata con le vostre, ho capito che verranno fuori progetti fatti da tante teste, comunque...

LE ZONE A-TEMPORALI (o le zone di assenza di tempo).
In un’ipotetica Livorno o (chissà quale altra città) vedo degli edifici dislocati all'interno della stessa, sono delle strutture ampie per accogliere le persone che si fermeranno lì per un certo periodo con accanto degli appezzamenti di terra coltivata (degli orti insomma) e zone verdi.

Le persone che sentiranno il bisogno e il desiderio di staccare la spina e di riappropriarsi del momento avranno l'occasione di stare in questi luoghi un po' insoliti.
Nelle zone a-temporali si entrerà per purificarsi da tutto quel surplus di tecnologia di cui purtroppo saremo sempre più vittime. Si entrerà spogliandosi di orologio, telefonino, computer e quant’altro la tecnologia avrà sfornato nei prossimi 50 anni.
.
- Non ci saranno orologi a scandire lo scorrere del tempo, ma la luce naturale (immagino stanze con grandi finestre).
-Ognuno potrà decidere di rimanervi per quanto tempo vuole, 1 o più giorni, anche 1 ora se basta.
-Non si pagherà niente per pernottare, ma sarà possibile dare un aiuto contribuendo al mantenimento della struttura.
-Si cercherà di avere un tenore di vita più sostenibile, consumando i prodotti provenienti dalla terra che ognuno potrà coltivare e raccogliere.
Ci sarà una grande cucina dove le persone potranno prepararsi i cibi e ad impastare pane e dolci.

L'edificio sarà così strutturato:
- Sale grandi (e le suddette zone verdi) dove potersi incontrare, ma anche leggere, dipingere, scrivere, tutte attività in cui la persona può tornare a prendersi cura di se.
- Camere per il pernottamento di più persone con armadi atti a contenere lo stretto necessario (in questi luoghi si cerca di portare solo l'indispensabile)
-una o due cucine grandi.
Tutto lo spazio lo immagino intervallato da ampie finestre.
Il tutto sarà completamente auto gestito, saranno presenti solo poche persone a tenere la struttura aperta durante il giorno. Ci saranno quegli "anziani" o perché no magari giovani che insegneranno l'arte della coltivazione della terra e dell'impastare il pane con il famoso lievito madre.

In questi luoghi si potrà imparare a ritornare ad un ritmo di vita più naturale e più lento per riportarlo nel nostro vivere quotidiano.

Si potrebbero sfruttare edifici già presenti nel tessuto cittadino, ad esempio pensavo all'ex stabilimento termale del Corallo vicino alla Stazione, anche se di questo passo non credo rimarrà molto di quel delizioso complesso.

Parliamone...

a presto Erica