Fin da subito ci siamo detti che saremo stati liberi di scegliere di immaginare il futuro della città: come vorremo che fosse oppure come pensiamo che sarà. In questo progetto le due visioni, quasi, coincidono.
Questo, probabilmente poco comprensibile, ottimismo, genera il paradosso di rendere inutile tanta fatica: perché sprecare tempo in cerebrali e macchinosi slanci progettuali se già si sa quale sarà il risultato?
Supponenza da vate, ansia di essere sempre originali o tentativo di buttare tutto in caciara per sottrarsi ad un impegno preso di fronte agli altri?
In tutta onestà c’è un po' di tutto questo nella risposta. In fondo se non avessi letto Gino 2060 avrei forse provato, con più scarsi risultati , a scrivere un racconto, con l’ambizione che fosse divertente come quello del nostro misterioso autore, ambientato a Livorno tra cinquanta anni. Quindi questo è una sorta di piano B.
La città è il nostro modo di stare insieme e la sua storia ed evoluzione coincidono con la nostra. A dimostrazione di questo, banalmente, ci sono i tratti comuni tra le città di tutto il mondo che sembrano certificare la nostra appartenenza al medesimo pianeta ed alla medesima razza. Le differenze culturali, religiose, politiche, economiche , climatiche, geografiche e dimensionali non fanno che creare variazioni del medesimo tema.
Le città, secondo me, hanno un destino comune e livorno tra cinquanta anni somiglierà alle altre più di quanto non lo sia adesso.
La lettura di Livorno ci restituisce una immagine sconsolante nella quale si mescolano pregi e virtù del nostro vivere contemporaneo, certo comuni a tante urbanità, ma qui dotate di una riconoscibile e speciale cifra, figlia di quella che amiamo chiamare livornesità e che troppo spesso riesce a far rima con cialtroneria. Non staremo qui a fare il triste ed inutile elenco di volgarità, prepotenze, vacuità, incompetenze che la nostra comunità è riuscita ad imprimere nei suoi mattoni, nelle sue strade e sopra e davanti al suo mare. Preferisco invece far notare che si percepiscono visibili germi di buone intenzioni che noi dobbiamo aver cura di annaffiare.
Questo progetto è quindi un lavoro di giardinaggio: annaffieremo e concimeremo questi germogli.
Il tema che vorrei sviluppare è quello della mobilità, o meglio: quello della qualità urbana e dell’architettura visto attraverso le lenti del muoversi.
Fino ad oggi migliorare la mobilità ha significato migliorare le infrastrutture per la medesima. Ci diciamo che servono strade, che servono, parcheggi, che servono linee di tram, che servono auto elettriche, che servono ciclabili..........Queste infrastrutture hanno un peso, un costo ed un impatto sullo spazio urbano diverso tra loro ma io le metto insieme perchè quello che mi interessa è spostare il punto di vista: migliorare la mobilità con il nostro pensiero e la nostra intelligenza. Che questo sia un vantaggio per una comunità e per la qualità dello spazio urbano è un evidenza che non necessita di spiegazioni.
Il mio computer più veloce è stato un pentium prima generazione che girava con vecchie, asciutte e funzionali versioni del sistema operativo e dei programmi. Pur con una potenza di calcolo ridotta, con periferiche modestissime rispetto ad oggi, con un hardware poco sviluppato potremmo dire, il sistema nell'insieme volava via veloce e mi aiutava nel lavoro più di quanto non possa fare un sistema attuale. La ragione sta nell'uso intelligente del software: inutile utilizzare programmi baroccamente complessi e pieni di inutili gadget, che hanno come unico risultato quello di necessitare di grandi processori, memorie ed energia, quando con un programma più “asciutto” si ottiene un risultato migliore, più veloce e che, soprattutto, richiede potenze di calcolo minori.
In questo lavoro vorrei dimostrare quanto sia importante la scelta del “software” nel governare “l'hardware” urbano. Per limitare il campo di studio e di ricerca e concretizzare i risultati , desidero, come detto, concentrare l'attenzione sull'aspetto che, secondo me, più degli altri è responsabile della qualità urbana: come ci muoviamo.
In tutte le visioni di città futura, anche le più recenti, il muoversi è tecnologia, è hardware: treni a levitazione magnetica, auto elettriche, monopattini nucleari, biciclette all'idrogeno...teletrasporto..In questa visione 3d, che osservo indossando gli specifici occhialetti, manca la dimensione del tempo. Abbasso lo sguardo, perchè queste visioni, nella migliore tradizione cinematrografica, avvengono tutte tra i 100 e i 500 mt da terra, e noto che la città è ancora la sotto e che il taxi automatico all'idrogeno, che mi sta trasportando in questa onirica visione del futuro, non mi ha fatto fare più di un km... ma non potevo andare a piedi?.
Nella società delle informazioni e del primato della comunicazione, nella quale siamo appena entrati e nella quel saremo più che immersi tra 50anni, non sarà l'auto a idrogeno a dominare.
Proprio dal colosso dell'informazione e della comunicazione, Google, viene un esempio di buon utilizzo di software dentro uno sgangherato hardware (il sistema di trasporto pubblico): Googletransit. (http://maps.google.it/intl/it/landing/transit/#dmy) questo servizio, gratuito, ci consente di raggiungere la destinazione scelta utilizzando nel modo migliore i treni, i bus e le nostre scarpe. Provatelo.
Teniamo presente che è solo un caso che questo “software” sia un vero e proprio “programma” che gira in rete. Quello che io intendo forse lo avrei meglio espresso utilizzando l'espressione “buon senso”, ma il paragone con la logica digitale è troppo calzante ed efficace . Mi dilungo quindi ancora un poco nel tentativo di spiegarmi meglio, per poi passare ad una veloce descrizione operativa del progetto.
Problema di mobilità:
Un pianificatore del 2060 deve progettare lo spostarsi dei cittadini attraverso una distanza pari a 1 Km, l'orografia è pianeggiante, la temperatura media è 15°, vento o pioggia intensi probabili al 10%.
Soluzione 1: costruzione di una sezione stradale occupata, nelle due direzioni, da: corsia auto private (elettriche) ai lati, corsia tram pubblico elettrico centrale , marciapiedi e ciclabili laterali, tanti alberi e metropolitana pubblica e traffico privato di attraversamento veloce nel sottosuolo
Soluzione 2: la sostenibilità, soprattutto economica, dell'intervento consigliano una più sobria sezione stradale e si tolgono le opere in sottosuolo.
Soluzione 3: La sempre più forte componente ecologista della comunità spinge all'eliminazione delle auto private ed esige l'istallazione sul percorso di 3 stazioni di car-sharing all'idrogeno.
Soluzione 4: La ormai potente lobby dei ciclisti spinge per l'eliminazione della rotaia (pericolosa per le due ruote) e non vuol sentir parlare di stazioni di car-sharing all'idrogeno che pregiudicano la realizzazione della, secondo loro indispensabile , ciclovia a 6 corsie.
Soluzione 5: la lobby degli artisti e degli architetti (che da almeno due decenni è unita per farsi coraggio) pensa che si potrebbe sopraelevare il tutto per avere un parco sopra e tutto questo movimento sotto.
Soluzione 6: La lobby dei commercianti, da sempre la più potente nelle comunità urbane, propone invece di trasformare la strada in enorme mall commerciale: ogni passante, in auto, in bici e a piedi (non vogliono sentir parlare di mezzi pubblici) potrà godere dei vari ologrammi dei prodotti, provarsi i vestiti a bordo del proprio mezzo e, senza rallentare, grazie al body scanner ad inseguimento (invenzione attribuita proprio a un italiano, un certo gino2060) pagare al volo grazie al microchip che ciascuno ha impiantato sotto pelle. In cambio si fanno carico delle risorse economiche necessarie a costruire l'infrastruttura.
Soluzione 7: la lobby dei pensatori indipendenti, una temibile e numerosa congrega carbonara che si riunisce presso tutti i bar e gli aperitifici del paese, formando una estesa e capillare rete, un vero e proprio social-network, sostiene: “non c'è alcun bisogno di muoversi: state a casa o , al limite, al bar”.
Soluzione 8: Il pianificatore, sentite tutte le campane attraverso un raffinatissimo sistema digitale di partecipazione democratica, raggiunge un raffinato e formidabile compromesso accontentando (o scontentando) tutti in eguale misura. La sezione stradale sarà così composta: nei primi 200m una stazione di car sharing all'idrogeno occuperà il centro mentre il sistema pubblico sarà passato nel sottosuolo per riemergere successivamente. Le biciclette ritroveranno maggior spazio dopo questi primi metri occupando quasi completamente la carreggiata ma dovranno adattarsi a passare, insieme alle auto elettriche, attraverso la stazione commerciale automatica lunga 500 m. Dopo questi primi 700m riemerge il tram che trova una fermata ad attenderlo. I pedoni sono disimpegnati da un complesso sistema di marciapiedi mobili, disegnati dagli artisti-architetti, che ricorda un certo, dicono loro, pipesi..piresi, pilanesi..qualcosa del genere. Infine chiude la strada una nuova stazione di car sharing perchè si sa 1 km è tanto. Gli alberi, tanti, saranno artificiali perchè quelli veri assorbono meno le polveri sollevate da tutti questi mezzi e soprattutto, non consumano acqua, la risorsa in assoluto più importante.
Queste sono le soluzioni che oggi applichiamo al problema, soluzioni che, anche se spesso non ce ne rendiamo conto, sono peggiori dei problemi che si propongono di risolvere. Non credo che tra 50anni continueremo a ripetere gli stessi errori. Lo dico perché si percepiscono chiaramente già adesso segnali in questo senso. Oggi una parte consistente del pianeta è più che convinta che il significato di crescita non sia più legato al crescere dei consumi e dell’attività costruttiva (al PIL in altre parole), ma piuttosto alla crescita dei servizi e alla circolazione delle informazioni.
Negli anni 70 la pubblica TV italiana trasmetteva alcuni spot per sollecitare buoni e civili comportamenti in una popolazione che, evidentemente, aveva da fare qualche passo in avanti su questo tema. Mi ricordo, ad esempio, del canguro Dusty che ci insegnava a buttare il rifiuti nei cestini. Quella campagna fece fare alla qualità urbana un gran salto in avanti. Io vorrei un nuovo canguro Dusty, che, sponsorizzato magari dall'estinguendo partito dei calzolai, ci raccontasse quanto è bello, veloce, pratico, salutare ed economico..... camminare. Vorrei che ci raccontasse quanto è bella l'architettura che si disegna attorno alle persone e non ai cosiddetti “mezzi di trasporto” e che muoversi bene non è un problema di infrastrutture ma di pensiero.
Il nuovo dusty ricorderebbe a tutti la formula fondamentale del movimento urbano : 1Km=12'
Per realizzare questo progetto, che non ha come fine quello di produrre necessariamente uno spot e tanto meno un qualsiasi piano della mobilità, ho bisogno di un video maker, di un grafico esperto in comunicazione, di tutti gli artisti ed architetti possibili e magari anche di un copywriter. Una prima fase sarà dedicata alla raccolta di esperienze visive sul camminare e sostare in ambiente urbano, la seconda sulla scrittura del progetto, la terza sulla sua realizzazione che, in linea di massima, vedo concretizzata in un video lineare, non interattivo, molto breve.
Chi ci sta? Luca Difonzo
io ci sto!non so che contributo posso dare ...ma mi piacerebbe partecipare
RispondiEliminaEnrico
Ottimo, per ora siamo tre quindi: Io te e Giulia Bernini. Il tuo contributo sarà prezioso.
RispondiEliminaLuca