Gli amori di Gino
Talvolta, quando Gino vedeva la saracinesca arrugginita del fondo ora chiuso del 70m2, ricordava i giorni lieti di tanti anni prima trascorsi con Giessika, la ragazza della sua adolescenza, con cui di frequente si soffermava davanti a quello strano posto. In gioventù non riusciva proprio a capire bene cosa facessero, ma ogni tanto esponevano borse di gomma, tavoli sbertucciati, vestiti di carta, tutti oggetti che Giessika ammirava a lungo dalla vetrina, quando non era chiusa da un misterioso drappo nero, senza avere però il coraggio di entrare.
I due ragazzi si erano conosciuti in Fortezza ad un concerto del gruppo “Latte & i suoi derivati”, scoprendo con reciproco piacere la notevole affinità nell'entusiasmarsi senza ritegno al brano in cui la band si domanda quale possa essere il segreto dell'inossidabilità di Mick Jagger, con l'esilarante performance del vocalist Lillo, che saltella ed ancheggia imitando la mitica rockstar inglese, così diversa da suo padre.
Come tutte le passioni giovanili era stato un amore denso di improvvise litigate ed altrettanto repentine riappacificazioni, grandi progetti e puntigliose ripicche ed era durato per un bel po'. Poi Giessika era andata per un erasmus in Vietnam e lì aveva conosciuto uno studente dell'università di Hanoi, di cui si era presto invaghita, piantando il Gino.
Per un lunghissimo periodo, dopo che Giessika lo aveva lasciato, Gino era rimasto single, salvo brevi avventurette occasionali iniziate e finite nelle consuetudini labroniche di quei tempi: scogli piatti, aperitivo dal nardi, baracchina bianca e nottata al calafuria.
Un giorno, spinto dalla curiosità di assaggiare le gabbrane di cui tutti parlavano, andò al mercato delle verdure di Piazza Cavallotti e mentre stava gustando la dolce specialità delle nostre colline, fra gli affollati banchetti intravide Mariadefilippa, una giovane donna che portava il curioso nome con il quale sua madre, accanita fan di reality televisivi, aveva voluto omaggiare la nota conduttrice tv.
Gino la notò stanca e trafelata al suo banchetto e le offrì un frutto, che lei accettò volentieri. Questi erano i primi giorni del suo praticantato ed era stata una mattinata particolarmente faticosa, tra la confusione del posto e le pressanti richieste dei clienti; apprezzò molto il gesto galante di Gino. Mariadefilippa era un avvocatessa ambulante ed i colleghi più anziani l'avevano avvertita che all'inizio sarebbe stata dura, ma era una necessità: tutti gli avvocati, come del resto gli altri professionisti, ora cominciavano la loro carriera in questo modo.
I primi a svolgere la professione “on the road” erano stati gli architetti. Si erano accorti che se uno faceva a piedi il tratto di strada tra l'Attias ed il Comune, veniva fermato almeno una decina di volte da amici e conoscenti che avevano bisogno di consigli, smarriti tra la complessità delle procedure; non c'era bisogno di fare disegni e tanto meno progetti, ma solo rilasciare pareri verbali. In seguito, anche a causa delle perduranti crisi delle costruzioni, si instaurò l'abitudine di chiedere un piccolo compenso per la consulenza prestata, magari all'inizio una colazione, poi un pranzo ed infine un vero e proprio pagamento in danaro. Nacque così la figura del tecnico che non aveva altro studio se non i marciapiedi delle vie nei paraggi del Comune dove soccorreva all'istante il cittadino confuso di fronte al PIL (il Presunto Inizio Lavori in caso di Intenzione di Attività) o al modulo per la Semplicissima Manutenzione se voleva cambiare le maniglie di casa, oppure in preda all'angoscia di aver commesso un abuso edilizio perchè non aveva steso i panni come prescritto dalle norme per il decoro urbano.
Gli avvocati ed i commercialisti ambulanti preferivano invece installare postazioni fisse nei paraggi delle zone più popolose; tutti i più illustri studi mandavano gli avventizi a fare la gavetta al mercato, in Piazza Garibaldi o sotto i portici di Via Grande. Erano talmente numerose ed ingarbugliate le norme, le prescrizioni, gli adempimenti, anche per le cose quotidiane più banali, che era necessario tenere del personale direttamente in mezzo alla gente, che desse un primo immediato soccorso alle travagliate popolazioni per risolvere i problemi spicci più urgenti. Bastava un piccolo banco dove appoggiare un portatile, qualche codice procedurale ed un registratore di cassa per fare lo scontrino. C'era sempre una gran ressa davanti a questi banchetti: un regolamento di condominio da interpretare, una scadenze fiscale dell'ultim'ora, una multa da contestare ed i poveri professionisti arrivavano a fine giornata stremati. Per fortuna dopo qualche tempo venivano richiamati in studio per svolgere mansioni più importanti. Molti però preferivano continuare l'attività ambulante ed esistevano importanti studi legali o di fiscalisti che svolgevano la loro professione esclusivamente attraverso decine di banchetti sparsi per la città, producendo fatturati altissimi.
Gino e Mariadefilippa si fidanzarono. Lui a metà mattinata andava sempre a trovarla alla bancarella per portale un pensiero gentile: un mazzetto di fiori, qualche pasticcino, un piccolo monile e questi gesti quotidiani, spontanei ed affettuosi, facevano parte della loro routine amorosa. Un giorno però Gino con stupore non trovò più la sua ragazza tra i banchi di cavolfiore e mele golden: il capo aveva stabilito che il praticantato era finito ed ora doveva lavorare in studio. Toglierla dalla strada fu la fine della loro storia: lei sempre più in ufficio fino a tardi, lui sempre più in viaggio alla ricerca di file... non si vedevano mai. L'amore svanì ed alla fine si lasciarono.
Gino sentì la sua mancanza per un po' ed i primi tempi quando tornava da quelle parti sperava di rivedere dietro una cesta di insalata od una cassetta di zucchine la sua bella, che magari il capo aveva nuovamente declassata tra i banchetti. Ma questo era impossibile: Mariadefilippa era molto brava, fece una rapida carriera e diventò la consulente legale di una multinazionale di import-export di frutta e verdura.
A consolarlo ci provò Oracla. Lei era un'educatrice di bamboccioni, come venivano definiti a quei tempi i giovanotti saldamente accasati nella dimora dei genitori, nonstante l'età più che matura. Già dalla fine degli anni 10 i governanti avevano cominciato a prendere sul serio il fenomeno tipicamente italiano dei ragazzi che non ne volevano sapere di staccarsi dalla casa di mamma e papà: furono proposte varie iniziative (qualche ministro un po' più focoso voleva addirittura mandarli a prendere dai carabinieri), come incentivi sull'affitto e buoni spesa, e vennero anche organizzati dei seminari educativi per convincere gli ultratrentenni ad andare a vivere per conto proprio.
Oracla insegnava in uno di questi corsi; esponeva alla scettica platea la necessità dell'indipendenza economica dai genitori, i vantaggi di una vita del tutto autonoma e prediceva agli incalliti bambocci un futuro più gratificante se fossero riusciti ad autoaffermarsi. Gino la conobbe all'uscita di uno di questi simposi, a cui partecipava un comune amico. Cominciarono a frequentarsi e col tempo l'amicizia si trasformò in amore. Ma fu un'unione molto burrascosa. Il problema stava nel fatto che Gino stesso era il più autentico dei bamboccioni e non ci pensava nemmeno lontanamente a cambiare la sua condizione. Lui stava di molto bene in casa dei suoi in piazza Magenta, con la sua cameretta, il suo pc, facebook, sky, il suvvino. ... tutto già lavato e stirato, cucinato e apparecchiato... cosa si poteva desiderare di meglio dalla vita!?!
Con Oracla non poteva durare e non durò.
Eppure Gino al matrimonio una volta ci era andato assai vicino. Era successo con l'affascinante Jobsa, una saudita sbarcata a Livorno con un gruppo di investitori al seguito di un ricchissimo sceicco del Dubai interessato alle ubertose tenute maremmane per impiantarvi la coltivazione della palma da dattero.
Per caso Gino incrociò gli ospiti levantini mentre brancolavano, con i navigatori pedonali impazziti, alla ricerca del ristorante La Barcarola dove volevano andare ad assaggiare il cacciucco. Gino, che aveva subito adocchiato l'esotica signora, si offrì di accompagnarli fino all'uscio del locale, spiegando loro che con la nuova moda di modificare continuamente i nomi delle strade con quelli dei divi dello spettacolo, i software delle mappe non erano mai aggiornati; per ricambiarlo della gentilezza Jobsa lo invitò a restare a cena con loro.
Fu per entrambi un colpo di fulmine e si innamorarono perdutamente. Quando lei gli chiese se voleva seguirla nel suo paese, lui non se lo fece dire due volte. Durante il romantico viaggio di ritorno sullo splendido veliero tutto bianco dello sceicco cominciarono a parlare di nozze, ma l'arrivo al fiabesco palazzo di Jobsa fu per Gino un vero trauma: avrebbe fatto parte di un harem!
Gino per la verità non aveva mai seguito molto le vicende di quei lontani paesi: non si era accorto del grande processo di emancipazione femminile che finalmente aveva toccato anche quelle terre. Le donne di lì, ora con gli stessi diritti dei maschi, erano libere di fare quello che gli uomini avevano fatto per millenni e, se volevano, potevano anche loro mettere su un harem di mariti!
Quando Gino lo venne a sapere si terrorizzò: nella sua mente era radicato lo stereotipo di un luogo di prigionia, guardato a vista dagli eunuchi … in questo caso da nerborute amazzoni, dove avrebbe finito i suoi giorni come schiavo della crudele califfa. Le cose non stavano affatto così, anzi gli uomini dell'harem godevano della massima libertà, di solito mantenuti dalla ricca moglie, dedicandosi prevalentemente ai loro hobbies e divertimenti, alla cura della loro persona, all'abbigliamento... una vita da pascià.
Ma Gino proprio non se la sentì e Jobsa, anche se addolorata, lo lasciò partire. Il rammarico fu notevole anche da parte dei suoi numerosi mariti, che già avevano avuto modo di apprezzare le qualità di giocatore di calcetto di Gino (l'esperienza di decenni di gabbionate sui Fiume si notava subito). Sarebbe stato un ottimo elemento per il torneo delle squadre degli harem, competizione cominciata anni addietro come passatempo degli annoiati concubini, ma poi, con il riconoscimento dalla Lega Calcistica Araba, divenuto il campionato più popolare nei paesi del Golfo. I giocatori degli harem laggiù erano assai famosi, sempre in tv e nei videoclips ed i più forti contesi a suon di milioni. Il loro trasferimento da un harem all'altro era il migliore degli affari per quelle abili matrone: con un colpo solo centravanti e marito nuovi!
Ora Gino stava la russa conosciuta a Форте дей Марми. Era una donna molto bella: aveva occhi azzurri come lo sfondo del desktop di un Mac ed i capelli neri come la scocca di un Blackberry. Si chiamava Billgàtova ed aveva un gran passione per i pc e la fotografia. Facevano insieme lunghe escursioni in mongolfiera, l'aeromobile adesso più in uso e lei scattava bellissime immagini dall'alto del nostro paese. Di recente erano andati a sorvolare le zone desertificate del meridione d'Italia, dove l'inaridimento del territorio per la grande calura aveva sconvolto il paesaggio di quei luoghi, rendendoli assai simile ai posti che Gino in gioventù ricordava di aver visto solo nelle immagini dell'Africa Sahariana.
Billgàtova era alquanto più giovane, ma questo non era un problema per Gino, che aveva approfittato delle opzioni offerte dal D.R.E.N., l'ultima novità escogitata dai governanti per risolvere i problemi del pensionamento.
Tutte le volte che veniva spostato il limite dell'età minima per ritirarsi dal lavoro, si creava sempre un grosso malcontento tra i lavoratori, con manifestazioni, scioperi, occupazioni. Un oscuro funzionario dell'Inps di Montecatini ebbe un'idea stupefacente: anziché aumentare quel limite, perchè non diminuire l'età della gente?
Ed ecco il D.R.E.N.: Decreto per la Riduzione dell'Età Naturale. Bastava fare una domanda in carta bollata alla Prefettura con la richiesta della nuova data di nascita, allegare una foto e qualche certificato e, dopo una veloce istruttoria di un'apposita commissione, si veniva ringiovaniti con 5, 10, 15 anni di meno regolarmente trascritti sui tutti i documenti anagrafici: in poche settimane una rinfrescata di svariati anni! L'unica condizione per ottenere un “drenaggio” dell'età era quello di essere ancora in attività. I funzionari addetti alla riduzione dell'età non andavano tanto per il sottile: il loro scopo era quello di tenere la gente in età lavorativa il più possibile; se uno decideva di togliersi 15 anni, avrebbe lavorato 15 anni di più prima di arrivare all'età di pensione. I vantaggi per gli istituti previdenziali furono enormi; si ritrovano con centinaia di migliaia di lavoratori che spontaneamente continuarono a lavorare e pagare contributi per qualche decennio in più, con un crollo verticale delle domande di pensionamento.
L'improbabile trucco ebbe un successo strepitoso; per la verità tutti, con il dilagare di beauty farms, spa, centri fitness, diete, palestre, portavano assai bene gli anni: alla gente non parve vero di poter ritornare all'età più giovanile che effettivamente dimostravano. Chi poteva obiettare qualcosa ad una bella signora quarantacinquenne che dimostrandone, a suo dire, appena trenta, si era fatta “drenare” dallo Stato una quindicina di anni?
E poi questo ringiovanimento collettivo della popolazione portò una ventata di ottimismo, di creatività, di voglia di fare, con grandi benefici sociali ed economici per ogni settore dell'intero paese.
Gino dunque era un drenato e non aveva alcun problema ad accompagnarsi con una ragazza della sua stessa età (anche se di qualche lustro più giovane).
Tutte le volte che guardava la sua nuova Carta di Identità Gino non poteva fare a meno di ripetersi: “.... tutto mi sarei aspettato dalle meraviglie del futuro, ma mai la strabiliante macchina del tempo che mi ha fatto tornare indietro di una dozzina di anni!..”
..."Latte & i suoi derivati"...bene, bene, caro il mio gino...puntuale e geniale nei tuoi interventi, come sempre...però ti sei dato la zappa sui piedi!!!...mi tengo il segreto, non ti preoccupare!!!!....
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