Pensieri, idee, riflessioni, visioni e progetti sulla Livorno del 2060 di un gruppo di architetti e artisti livornesi (e non solo).

lunedì 25 ottobre 2010

Shopping

Gino fa spese

Gino era riuscito a rintracciare i proprietari del materiale ritrovato nel sottoscala ed aveva fissato un appuntamento per la consegna di numerosi jpeg dei loro giorni passati. Era gente molto facoltosa ed il viaggio al Carnevale carioca in California non sembrava più un sogno irraggiungibile. Voleva presentarsi bene ed aveva bisogno di una giacca nuova; fece un'accurata ricerca su internet, decise cosa comprare ed andò nella boutique sotto casa per effettuare l'acquisto.

I negozi di abbigliamento adesso erano tutti molto piccoli e non avevano merce esposta o magazzini, poichè la scelta del capo si faceva con calma a casa consultando i cataloghi on line; ci si andava solo per verificare la stoffa, per vedere il colore e soprattutto per la taglia. Un tempo invece gli acquisti si facevano interamente via internet e tutto si sceglieva dal computer; però la dilagante insoddisfazione per misure imprecise, materiali deludenti e colori assai diversi da come apparivano sullo schermo, avevano reso necessario l'apertura di una rete capillare di punti di vendita reali sul territorio, di contatto diretto con il pubblico. Erano strutturati tutti più o meno alla stessa maniera: appena si entrava si passava attraverso un body scanner che rilevava in un attimo ogni misura possibile del cliente, da capo a piedi; dopo la scansione il sistema aveva immagazzinato i dati per scarpe, camicie, abiti, guanti, pigiami, fruit … qualsiasi capo. Naturalmente per gli utenti abituali le informazioni erano già nel database ed eventualmente, magari dopo un periodo di abbuffate di buristo fritto, di scottiglia o di picchiante in padella, si poteva chiedere di aggiornarli. Si passava poi alla scelta delle stoffe, potendo toccare con mano i campioni per valutarne consistenza, pesantezza, trama, caratteristiche. C'era di tutto: tessuti che si termo-regolavano automaticamente, dilatando o chiudendo le trame dei fili, in modo che facessero traspirare di più il corpo oppure trattenessero meglio il calore; panni in grado di accumulare l'energia cinetica che si produceva con lo sfregamento e quindi restituirla per ricaricare l'ipod o l'apricancello; molto divertenti quelli che cambiavano colore al variare della temperatura: le signore gradivano uscire la mattina in bianco, per ritrovarsi la sera, quando l'aria rinfrescava, fasciate in un seducente rosso Valentino, senza bisogno di cambiarsi d'abito.

Una volta trovati materiali e colori si sceglieva la combinazione: si poteva fare qualsiasi mescolanza, decidendo magari per una giacca con una manica diversa dall'altra con toppe delle tasche differenti e colletto ancora variato: la gente si abbigliava in modo molto variopinto ed eclettico. Per la produzione non c'erano problemi. I dati della scansione, i codici della componentistica scelta dal cliente, i ral dei colori, venivano trasmessi in tempo reale alle fabbriche. Qui immediatamente partiva il confezionamento del capo; tutto si svolgeva in maniera automatica, sotto la gestione dei calcolatori; le macchine tessili lavoravano incessantemente, al buio per risparmiare energia, senza bisogno di personale, controllate dai computer che immettevano i dati ricevuto dal negozio; da sole sceglievano le pezze, le tagliavano rispettando infallibilmente le misure scansionate ed assemblavano, di solito con termo-incollaggio, maniche, tasche, spalle, revers e quasi in tempo reale il capo era pronto. Veniva poi mandato, già imballato, all'ufficio spedizioni che prontamente lo inviava a casa del cliente. Nel giro di due o tre giorni, la bellissima salopette con gambali in fibra antibatterica, pettorina trattata anti UV, tasche a soffietto in tessuto gommato, ovviamente una gialla ed una rosa, era a destinazione e vestiva perfettamente, tagliata su misura come un capo di Gieves & Hawkes in Savile Row, la sartoria di re Carlo di Inghilterra (ora finalmente sul trono).

Alla fine dell'acquisto si passava a saldare il conto in gratteria, detta così perchè qualsiasi pagamento era affidato al metodo “gratta e vinci”. Grattando si stabiliva quanto pagare, come pagare e quando pagare. Ogni articolo aveva il suo prezzo, ma grattando si poteva scoprire che sconto si era ottenuto o addirittura avere la gradita sorpresa di averlo vinto; per le cose più costose, pagabili a rate, grattando non solo si scopriva se era gratis o quanto era scontato, ma anche se doveva essere pagato subito o se poteva essere rateizzato ed infine con un'ulteriore grattata in quante rate pagarlo: se uno aveva fortuna, poteva avere una rateazione pluridecennale, con una rata talmente irrisoria da non accorgersene nemmeno.

Anche il pagamento delle bollette, dei contributi, delle tasse, seguiva lo stesso metodo e tutti correvano lieti a grattare, anche per questi odiosi balzelli. Addirittura i mutui per le case erano lasciati alla sorte di una grattata (se ti andava bene, mutuo a tasso zero durata centoventi anni, trasferibile per tre generazioni).

Era stata un'idea del ministero delle finanze italiano quella di applicare il gratta e vinci ad ogni forma possibile di movimento di danaro. L'obiettivo era quello di introdurre un efficace stimolo all'economia (la gente era indotta a comprare di più nella speranza di spendere meno o addirittura nulla con una vincita) ed allo stesso tempo di favorire il pagamento di tasse e tributi, sempre con la chimera che si poteva pagare meno o con lunghe rateizzazione. L'idea era bizzarra, ma funzionava.

Del resto era un'invenzione dello stesso ministero che anni addietro aveva avuto la stupefacente idea dell'Iperenal8 per risanare la voragine del debito pubblico italiano, arrivato a cifre inimmaginabili.

Era tutto basato sul calcolo probabilistico che la vincita dell'Iperenal8, che si otteneva azzeccando addirittura 8 numeri anziché i 6 dell'antico superenalotto, non sarebbe mai uscita; in effetti Gino da un calcolo sommario aveva valutato che si trattava di una probabilità ogni 77 miliardi circa.

Così lo stato italiano per riempire le sue casse, oltre che trattenere la percentuale sulle giocate, incamerava anche il montepremi, nella certezza che nessuno avrebbe mai potuto vincerlo e reclamarlo. Il montepremi, che si accumulava da decenni, era diventato una cifra assurdamente astronomica, con tanti zeri da riempire una riga, che attirava giocatori da ogni parte del pianeta. Con la grande interconnessione globale chiunque poteva fare la giocata e l'estrazione, prima a giorni alterni, poi quotidiana, aveva adesso una cadenza oraria. L'importo colossale attirava miliardi di scommettitori da ogni parte del pianeta: con un comune cellulare il contadino afgano, il pescatore del Baltico o il finanziere di Mumbay potevano inviare la giocata che automaticamente trasferiva sul conto dell'agenzia delle entrate almeno 1,12 eurasi (era questo il costo minimo della schedina), facendo affluire complessivamente ogni ora alcuni miliardi di eurasi, che permettevano di tenere in florido attivo i bilanci del nostro stato, benché notoriamente spendaccione. Non c'erano vincite intermedie (sei, sette, cinque più uno...): era un vinci-perdi e lo stato tratteneva tutto.

Nessuno sembrava preoccuparsi che prima o poi qualcuno avrebbe vinto e reclamato le migliaia di migliaia di miliardi del montepremi: la fiducia nella improbabilità matematica dell'evento era totale e poi ogni ministro, facendo i rituali scongiuri, si raccomandava al beato Silvio, che di queste magate se ne intendeva, implorando che la fatale combinazione, se mai avesse dovuto verificarsi, venisse estratta durante il mandato del suo successore e non durante il suo. Così si andava avanti di anno in anno, trasformando il debito pubblico nel vertiginoso montepremi che un fantomatico vincitore un improbabile giorno di chissà quale epoca avrebbe potuto esigere.

Lo stimolo all'economia con il gratta e vinci ed il risanamento del dissesto finanziario con l'iperenal8 avevano procurato ai fantasiosi dirigenti del ministero delle finanze italiano la nomination per l'Ig Nobel (si pronuncia ignobel, come ignobile in inglese), la benemerita istituzione dell'università di Harvard, Massachusetts, che dal lontano 1991 premiava ogni anno le invenzioni più stravaganti ed assurde, scelte tra quelle pubblicate sul suo bimestrale “Annals of Improbable Researches”. Nessun funzionario italiano si era mai presentato alle cerimonie al Sanders Theatre di Boston e gli ambiti trofei giacevano dimenticati nei magazzini del MIT, con la targhetta “First Prize for Creative Finance – Property of Italian Ministry of Finance”.

Una volta definito in gratteria l'importo da pagare, si andava alla cassa. Ovviamente niente contante, ma solo il cre_dito, lo strumento che aveva sostituito la carta di credito. Si digitava l'importo ed il codice del negozio, poi si poggiava il dito sullo schermo del cellulare o dell'apposita macchinetta di cui ogni bottega disponeva ed il pagamento era fatto: l'impronta digitale al posto del chip o della banda magnetica o della password, molto più semplice e sicuro. L'unico problema era che qualche volta i rapinatori, invece di portarti via il portafoglio, cercavano di staccarti un dito; si ovviava indossando, nelle zone meno sicure, i guanti di maglia di ferro di foggia medioevale.

Dopo l'acquisto della bella giacca “tailor made”, Gino si ricordò che il frigo era un po' vuoto, specialmente di frutta e doveva quindi passare dal verduraio.

I prodotti agricoli adesso venivano quasi tutti dalle vicine campagne: le necessità energetiche e le conseguenti problematiche di distribuzione avevano favorito lo sviluppo dell'agricoltura nei territori intorno ai centri abitati che venivano riforniti con brevi spostamenti di merci.

Le coltivazioni però dovevano fare i conti con le variazioni climatiche. Le colline del Gabbro erano specializzate nella coltura delle gabbrane, banane nane della qualità Ladyfinger, che crescevano in estese piantagioni, prevalentemente di proprietà di immigrati di paesi latino-americani, che già avevano familiarità con queste coltivazioni. La qualità della piccola banana gabbrigiana era ottima ed aveva ottenuto anche la Denominazione di Origine Protetta; qualcuno aveva pensato di chiamarla “gabbana” (da gabbro e banana) e siccome era dolcissima propose “la dolce gabbana”, ma ci furono problemi di copyright con una nota firma dell'industria della moda e fu registrata quindi come “gabbrana”.

Ottimi anche gli ananas locali, coltivati prevalentemente nelle pianure a sud di Livorno, nei terreni delle nobili aziende che un tempo producevano celebri vini. Ora al posto dei poderi a vigneti si vedevano solo le estese piantagioni cespugliose degli ananassi e le fattorie li lavoravano in cento modi: sciroppati, succhi, marmellate, sotto spirito...la cultura dell'ananas aveva sostituito quella della vite e del vino. Dalle parti di Rosignano Solvay ne veniva prodotta anche una qualità di colore rosa: molti si chiedevano se questa singolare variazione non dipendesse dalle scorie residue di un'antica fabbrica chimica, che già avevano sbiancheggiato le vicine spiagge di Vada. Comunque l'Anans Rosè di Rosignano (anch'esso DOP) piaceva molto, soprattutto in nord America e la produzione per l'export andava a gonfie vele.

Acquistò anche un paio di manghi che venivano dalle campagne di Piombino, noti per la loro polpa di un bel colore rosso intenso, anziché gialla (forse anche per loro un effetto della polluzione delle storiche acciaierie!?).

Gino già pregustava una sfiziosa macedonia tropicale, o meglio, tirrenica....

Fece in tempo a fare anche un salto dal corniciaio: doveva in tutti i modi adeguare gli schermi di casa alle nuove normative sulla sicurezza. I corniciai erano quelli che vendevano le protezioni da mettere lungo i bordi di tutte le apparecchiature super sottili che riempivano abitazioni ed uffici. La corsa, sotto molti aspetti inspiegabile, a ridurre sempre di più lo spessore di schermi tv, portatili, cellulari, aveva superato ogni ragionevole limite ed il virtuosismo tecnologico dei produttori aveva sì raggiunto risultati eccezionali, ma aveva anche riempito le nostre tasche e le nostre case di pericolosissimi gadget. Guai se ti scivolava di mano un netbook o uno smartphone: poteva tagliarti di netto falangi ed alluci; tutto doveva essere saldamente fissato a scrivanie, mensole, supporti o contenuto entro protezioni di sicurezza; la gara tecnologica verso l'assottigliamento sfrenato aveva ottenuto un risultato opposto agli obiettivi: nessuno correva più il rischio di portarsi dietro i taglienti portatili e gli ultraleggeri cellulari, diventati lamine implacabili per le dita, dovevano essere protetti con pesanti fodere imbottite.

I traslochi erano diventati un vero rischio per i facchini ed al momento di rimuovere le lastre spesse pochi micron degli schermi tv, magari di 120 pollici, che potevano mandarti all'altro mondo perfettamente separato in due parti uguali, era obbligatorio il PSC, il POS e la presenza del Coordinatore della Sicurezza in Fase Esecutiva, come disposto dai recenti aggiornamenti legislativi in materia di sgomberi.

Fu necessario quindi imporre che ad ogni apparecchio venisse applicata una robusta e spessa protezione lungo il bordo; le botteghe di corniciai si moltiplicarono e prosperarono, offrendo prodotti di ogni stile e materiale.

Gino apprezzava molto quelle all'antica, in termoplastica dorata a motivi floreali di acanto o in pvc finto legno di mogano intarsiato finto avorio o in similpelle di antilope color verde pisello con frange di terital, e pensava a quanto gli algidi materiali moderni ... grafene, titanio, niobio, carbonio... ci avessero invaso e stancato, mentre il passato, con i suoi bei prodotti genuini e naturali (quasi), avesse ancora tanto da offrirci ...

3 commenti:

  1. ...niente da dire caro il mio Gino2060...inizialmente contrario, ora assolutamente a favore della tua immaginazione...continua cosi...

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  2. Come ha già detto enrico a commento di uno dei precedenti interventi di gino: "stampiamo la storia di gino!". In effetti i suoi post dal futuro sono già se non un vero progetto sicuramente una finestra sulla città del 2060.

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  3. Gino è senz'altro il primo risultato concreto del nostro gruppo.

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