Pensieri, idee, riflessioni, visioni e progetti sulla Livorno del 2060 di un gruppo di architetti e artisti livornesi (e non solo).

venerdì 8 ottobre 2010

Un pò di svago

Il tempo libero di Gino

La casa del ritrovamento si trovava in Via Bob Dylan, già Via U. Foscolo, traversa di Viale dei Pooh, già Viale G. Carducci: da quando gli eletti a cariche locali provenivano soprattutto dal mondo dello spettacolo e del varietà, come del resto accadeva anche in parlamento, c'era stato un forte impulso a cambiare le denominazioni di vie e piazze con i nomi di famosi colleghi del passato di sindaci ed assessori. Era una palazzina residenziale, non lontana dall'A-Temp del Corallo, dove Gino andava ogni tanto per “staccare la spina”.

L'A-Temp del Corallo era stato il primo di una serie di strutture simili, dislocate sull'intera penisola, di proprietà della giovane signora che li aveva inventati sul finire degli anni 10. La catena degli A-Temp del Corallo era la migliore ed otteneva sempre il punteggio più alto nella guida del Gambero Illuminato, un pubblicazione specializzata di antica fondazione che aveva cambiato la sua denominazione non tanto per l'arguzia delle sue recensioni, quanto per il fatto che i gamberi, a seguito delle frequenti falle petrolifere negli oceani, abbandono di scorie e rifiuti di ogni genere sui fondali, sversamenti di prodotti chimici portati in mare dai fiumi, da rossi erano diventati luminescenti.

Quando poteva Gino andava volentieri a coltivare qualche pianta nelle aiuole collettive dell'A-Temp o a sfornare una croccante pagnotta di farina artica da gustare lentamente tra le suggestive architetture delle antiche terme (la grande calura aveva drasticamente ridotto la produzione del grano alle nostre latitudini e la farina ora proveniva quasi tutta dalle zone più settentrionali della Groenlandia o del Canada più vicine all'artico, dove il clima era diventato temperato e più adatto alle coltivazioni di frumento).

Mentre si avvicinava con trepidazione al luogo della scoperta, Gino faceva anche un pensierino ai guadagni che avrebbe potuto ottenere. Se fosse andata bene poteva pagarsi un bel viaggio. Aveva una gran voglia di andare al Carnevale di Rio, che quest'anno si sarebbe svolto a San Diego, in California.

Era un bella esperienza. La traversata sarebbe stata effettuata via mare: i velieri solcavano nuovamente gli oceani, invelati con gigantesche vele coperte di pannelli fotovoltaici, comandate da computer che le orientavano e le manovravano per il miglior sfruttamento del vento; al contempo i pannelli catturavano l'energia che serviva per tutti gli impianti elettrici della nave o per alimentare motori ausiliari in caso di assoluta mancanza di vento. I velieri andavano piuttosto lentamente ed il viaggio fino a San Diego, con l'attraversamento del canale di Panama allargato di recente, poteva durare qualche settimana, ma il Carnevale di Rio per Gino valeva l'impresa.

Tra le condizioni del trattato di annessione del Brasile agli U.S.A. come 51° stato dell'unione, firmato a Washington il 4 luglio del 2042, c'era anche quella che stabiliva che ogni 4 anni (come le olimpiadi), il Carnevale di Rio si tenesse in una città del nord America. La trasformazione del Brasile in uno stato yankee non fu il risultato di un golpe o di un'occupazione bellicosa da parte degli U.S.A., ma la conclusione naturale di un lungo e capillare insediamento delle forze armate americane nel territorio amazzonico. Fu anzi l'ONU, in accordo con il governo di Brasilia, ad invocare l'aiuto della prima potenza militare del pianeta per cercare di fermare la deforestazione illegale dell'Amazzonia.

Nonostante i pattugliamenti dello scarso esercito carioca, le azioni dei commando dell'ONU, le ricognizioni aeree ed i rilevamenti satellitari, le gigantesche segherie insediate all'interno della foresta, veri e propri agglomerati urbanizzati dediti esclusivamente al taglio delle piante ed alla lavorazione del legname, e le migliaia di piccole bande di letali deforestatori di contrabbando, continuavano implacabili a distruggere la foresta dell'Amazzonia. Il cartello delle grandi industrie del legno aveva il suo esercito, mezzi efficaci di difesa, una estesa rete di spie e soprattutto stretti legami con il potere politico, anzi i suoi più potenti rappresentanti erano loro stessi al potere.

Alla fine ci si rese conto che solo l'invincibile macchina bellica americana poteva fermarli. Ma il territorio da controllare e difendere era veramente esteso e remoto e così, dopo i primi contingenti di soldati, un po' alla volta il trasferimento aumentò fino a che il grosso dell’esercito U.S.A. si ritrovò in Brasile. I marines si trasformarono in “Guardiani della Foresta”. Il fatto è che i militari lì ci si trovavano assai bene, bel clima, buon cibo, belle spiagge, splendide ragazze... ed i brasiliani erano ben contenti di salvare la loro foresta, ma soprattutto della gigantesca massa di dollari portata dagli americani, che rinvigoriva la loro economia. Le operazioni militari non furono poi così difficili: i rudi generali made in U.S.A. dimostrarono subito che contro la loro efficienza c'era poco da fare ed i grandi industriali scesero prontamente a patti. Abbandonarono immediatamente le imprese in foresta e si dedicarono all'attività edilizia lungo le splendide coste oceaniche del Brasile, in società con i businessmen U.S.A., che accorsero a frotte.

Per le piccole bande era solo un problema riuscire a scovarle, ma poi si arrendevano subito. Ci vollero comunque svariati anni per riuscire a stanarle tutte; nel frattempo i soldati americani avevano preso casa lì, quelli con famiglia avevano chiamato mogli e figli ed i quadri dell'apparato burocratico - militare del Pentagono vivevano quasi tutti a Rio de Janeiro. Alla fine ci si rese conto che ormai il Brasile era a pieno titolo uno stato U.S.A. La foresta era salva e gli stati dell'unione uno di più. La firma del trattato fu una faccenda snella e veloce, ben accetta da entrambe le popolazioni e, fra le tante innovazioni dell'accordo, ci fu appunto il Carnevale di Rio in uno stato del nord ogni quattro anni. La prima città, come facilmente prevedibile, fu New Orleans, poi Las Vegas, Atlantic City e così via. Questa volta toccava a San Diego, California.

Nel sottoscala scoperto da Lapo, Gino aveva trovato due antichi HP completi di ogni parte e quindi anche dell'hard disk; ora si trattava di vedere se i dati esistevano ancora o se erano stati distrutti dai virus; non era un lavoro semplicissimo: queste vecchie macchine andavano ben ripulite e controllate prima di tentare il riavvio; ci avrebbe lavorato lunedì: oggi era sabato e voleva portare i nipoti al mare.

Ai ragazzi piaceva molto la sabbia ed il posto più vicino era Tirrenia, ma purtroppo l'accesso alla spiaggia era interdetto, poichè tutto era stato privatizzato. Dopo la ristrutturazione delle colonie, che, contrariamente alle previsioni di molti, avevano avuto un grande successo, le amministrazioni pubbliche, come al solito in ristrettezze finanziarie, avevano venduto tutto il tratto di costa fino a Marina di Pisa ed un numero enorme di appartamenti per le vacanze estive era stato edificato lungo il litorale, diventato quindi inaccessibile. I cittadini di Livorno, abituati al loro bel mare si chiedevano chi mai potesse essere interessato alla balneazione nelle acque inquinate da raffinerie, scolmatori, gassificatori di quel tratto di costa, ma i valligiani della val d'Arno, santacrocesi, empolesi, fucecchiesi, comprarono tutto senza problemi, anzi contenti di rivedere lo stesso colore cangiante tra il verdognolo ed il marrone del fiume che attraversava i loro paesi.

Così Gino per far giocare Googla e Nokio sulla sabbia doveva andare fino a Форте дей Марми. Anche se il viaggio era un po' lungo e c'erano problemi con la lingua, a Gino l'amena località versiliese piaceva molto. Tutto era ben tenuto e pulito, molto verde, belle ville, bei negozi... proprio un bel posto. Certo se i ragazzi volevano un gelato al mirtillo con granella di nocciole e mompariglia verde o una schiacciatina con soppressata e melanzane ma senza salsa rosa, la traduzione in russo (lingua ufficiale della cittadina, peraltro unica località dove “Il Vernacoliere” era distribuito in versione bilingue, livornese e russa) non era facile, ma con i cellulari bastava digitare la frase ed il telefono stesso vocalizzava un'impeccabile richiesta nella lingua madre dell'inserviente.

Purtroppo quando si andava al mare non si poteva stare al sole (lo strato di ozono era molto assottigliato e le radiazioni ultraviolette troppo intense) ed anche le balneazioni dovevano essere veloci. Si oziava tutto il giorno, rilassati sui lettini, all’ombra di pesanti tendaggi, ben impiastricciati, per maggior sicurezza, da creme solari con un fattore protettivo a tre cifre... Mentre i bimbi costruivano felici i guggenheim di sabbia (gli archetipi non erano più i castelli ma le nuove realizzazioni degli architetti di grido), Gino occhieggiava le giovani ed avvenenti ereditiere delle facoltose famiglie moscovite, che venivano a villeggiare nelle loro lussuose dimore versiliesi... le gite a Форте дей Марми erano un vero diletto.

Qualche settimana addietro, Gino, con un'insperata botta di fortuna ne aveva rimorchiata una e per fare bella figura l'aveva portata al Palio di Siena, che lei non conosceva. La ragazza era rimasta affascinata dalle sfilate in costume, dagli sbandieratori, dal tifo dei contradaioli e soprattutto dalla corsa finale, che aveva visto il trionfo dell'Istrice, parola per lei sconosciuta. Gino le aveva spiegato che quella contrada prendeva il nome da un animale assai curioso, pieno di aculei, piuttosto comune nel secolo precedente, ma ora estinto.

La gara era stata entusiasmante ed il fantino della Civetta aveva conteso il primo posto al vincitore fino all'ultimo: il risciò dell'Istrice aveva vinto per pochi centimetri. A nulla erano servite le incitazioni, gli sproni e le frustate al portatore della Civetta, l'altro era troppo forte. Gino le raccontò che fino agli anni venti il Palio si correva su cavalli, poi gli animalisti, che già avevano fatto abolire le cruente corride, fecero fermare anche la corsa senese, gettando nello sconforto e nella delusione i contradaioli, che non volevano rinunciare alla loro tradizione plurisecolare.

Per fortuna qualcuno ebbe l'idea di gareggiare con i risciò nella loro forma più tradizionale, cioè trainati da un uomo. Con la crisi energetica il risciò era diventato un mezzo di trasporto cittadino assai diffuso; ne esistevano di svariati tipi, a pedali, ad energia solare, a vela... ma quelli faticosamente trascinati dall'uomo erano quasi del tutto scomparsi. Si pensò invece di adottarli per il Palio di Siena ed in molte altre competizioni, dove i cavalli venivano particolarmente stressati e quindi proibiti.

I portatori erano uomini forti e possenti, che si dedicano esclusivamente a questa attività, allenandosi duramente per tutto l'anno; erano richiesti in tutto il mondo e ricevevano lauti compensi per gli ingaggi, con premi da capogiro in caso di vittoria. I fantini, cioè quelli che venivano portati sul risciò, dovevano invece avere una corporatura minuta e pesare poco. Entrambi vestivano i colori delle contrade ed il portatore subiva l'identico trattamento rituale riservato anticamente al cavallo, compresa la benedizione in chiesa prima della gara, lasciando perplessi i senesi, abituati a vedere un cavallo davanti all’altare prima della corsa e non un cristiano.

I mezzi erano ovviamente un concentrato di alta tecnologia ed erano costruiti dalle più famose case automobilistiche di un tempo; i risciò della Ferrari, insieme a quelli della McLaren, aziende che fino alla metà degli anni 30 avevano primeggiato in formula uno, erano richiestissimi ed a Maranello si lavorava a pieno ritmo.

Recentemente era stata reintrodotta anche la possibilità di frustare gli “animali”, che adesso erano protetti da caschi integrali e spesse corazze in fibra di carbonio, leggere ma robuste e di fatto la frustata non aveva alcun effetto sul portatore, se non quello di aumentare la spettacolarità della gara, specialmente sul finale. A Siena i contradaioli avevano con gioia riesumato i tendini di bue essiccato, i frustini originali della tradizione...

Qualche volta Gino, quando proprio non sapeva cosa fare, trafficava con i suoi file anche di domenica, ma di certo non questa: non voleva perdersi l'inaugurazione allo stadio “C. Lucarelli” (era stato ribattezzato col nome di una gloria del calcio labronico più recente) del nuovo “Spazio Scontri”, che Livorno, seguendo l'esempio delle città più all'avanguardia del nord, aveva allestito all'interno della sua struttura sportiva.

Vista l'impotenza nei confronti della violenza sempre più dilagante negli stadi, alcuni sociologi negli anni venti avevano avanzato la sconcertante proposta di alimentarla e favorirla anziché reprimerla, in modo che gli ultrà potessero sfogare tutta la loro rabbia prima e la partita si giocasse poi senza problemi.

Naturalmente dovevano essere scontri in qualche modo controllati e svolti in sicurezza e così venne l'idea di costruire delle aree, adiacenti al campo di gioco e ben visibili da tutte le tribune dove, prima dell'evento sportivo, le formazioni degli ultrà più accaniti e feroci venivano gettate allo sbaraglio le une contro le altre. Erano anche armate, ma con strumenti appunto riadattati: bastoni cavi piuttosto fragili, coltelli con deboli lame di latta, fionde caricate con palline di gomma soffice e razzi a salve che facevano solo rumore. La replica delle armi in uso sugli spalti prima di questa idea: spranghe di ferro, machete affilatissimi, biglie di acciaio, granate... solo che ora, pur avendo lo stesso aspetto ed anche una certa capacità offensiva (un po' di sangue doveva comunque scorrere) non avevano l'efficacia mortifera di quelle che un tempo ogni domenica producevano morti e feriti.

Gli ultrà, dopo la diffidenza iniziale, cominciarono ad accettare questi scontri così diretti; anzi si sentivano dei veri e propri gladiatori (lo Spazio Scontro per precauzione era ben recintato da alte gabbie ed i percorsi di accesso dei combattenti ricordavano proprio l'arena ed i cunicoli del Colosseo), lieti di scaricare tutto il loro accanimento contro gli avversari ed orgogliosi di mettere in mostra lo spirito di sacrifico verso la propria squadra; per di più il pubblico sugli spalti andava in visibilio, adottando subito il pollice verso se c'era da “finire” un interista, uno juventino, un pisano.....
Qualcuno cominciava già a preoccuparsi che gli incontri di calcio sarebbero presto scomparsi per lasciare il posto ai novelli mirmilloni e chissà, magari anche qualche felino prima o poi sarebbe sceso in campo....

Gino fantasticava sorridendo che se un antico romano si fosse improvvisamente materializzato su quelle tribune, a parte qualche dettaglio nell'abbigliamento e gli strani apparecchi che gli umani si avvicinavano continuamente al volto parlandoci dentro, non avrebbe notato alcuna differenza con i sui tempi e vedendo i combattimenti ludici si sarebbe detto: “.. ma come!!... in 2060 anni non hanno inventato ancora nulla di nuovo!?!”


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